Nei miei precedenti scritti ho sostenuto che la risposta data da Gesù agli scribi e farisei che gli chiedevano di dargli un “segno” visibile che avallasse la Sua predicazione: “non sarà dato alcun segno, se non quello di Giona”, era da intendersi fornita a solo titolo provocatorio, al fine di ribadire con chiara determinazione, accentuata da un tono notevolmente brusco, che Lui non avrebbe mai lasciato “alcun segno”.
Ritengo, ora, opportuna, su tale mia ipotesi, la seguente precisazione.
La domanda posta dagli scribi e farisei era stata, infatti, rivolta a Gesù al fine di verificare la validità della Sua predicazione, riferibile al Suo “comandamento nuovo” (“amatevi come Io ho amato voi”, “amate i vostri nemici”, “fare del bene a quelli che vi odiano”, ecc….) sulla base di concrete prove circa la Sua provenienza sovrannaturale. In altri termini, la loro richiesta poteva così sintetizzarsi: “crederemo alle tue parole, solo dopo che tu ci avrai dato prove concrete della tua divina provenienza”; sulla base di tale motivazione della richiesta degli scribi e farisei, la validità della “nuova” legge divina, come proposta dal divino Maestro, sarebbe, quindi, risultata verificata e, quindi, accolta, non già per sé stessa, bensì con riferimento alla prova dell’esistenza del potere conferito a chi la promulgava. Ed è proprio su tale impostazione che si manifestava la quasi irata risposta negativa di Gesù, basandosi la “novità” della Sua predicazione essenzialmente sulla intrinseca sua validità, prescindendo dall’indubbia autorità di Chi la proclamava, escludendo, pertanto, di fornire qualsiasi “segno” che potesse costituire prova della sua provenienza sovrannaturale, al fine di non condizionare la sua accettazione, salvaguardando la libera scelta di ognuno.
Secondo Papa Francesco (v. “Meditazione mattutina”, su “La sindrome di Giona”, pubblicata da “L’Osservatore Romano del 15.10.1913), l’indicazione del “segno di Giona” che Gesù avrebbe promesso di concedere, nel brano evangelico in questione, sarebbe da identificarsi nella Sua misericordia. Secondo Papa Francesco, infatti, la sindrome di Giona “colpisce quelli che non hanno lo zelo per la conversione della gente……a questa generazione, Gesù promette il segno di Giona”…….cioè, il Suo perdono. Dunque “il vero segno di Giona è quello che ci da la fiducia di essere salvati dal sangue di Cristo”: concludendo, il messaggio racchiuso nel brano evangelico in questione, sempre per Papa Francesco, sarebbe questo: “il segno di Giona è la misericordia di Dio in Gesù Cristo morto e risorto per noi, per la nostra salvezza”.
E’ indubbia la bellezza, su di un piano teologico-spirituale di una simile interessante ipotesi, anche se, obbiettivamente, potrebbe apparire alquanto forzata, con riferimento all’oggetto del tema trattato nell’incontro di Gesù, con gli scribi e farisei, che riguardava esplicitamente solo la loro richiesta di avere un concreto “segno”, da tutti visibile, che avallasse la provenienza sovrannaturale del contenuto della Sua predicazione.
Invero, la predicazione di Gesù presenta qualcosa di nuovo. “Dio è Amore”: è questo il vero e stupefacente nuovo annuncio; il Suo “nuovo comandamento” non è più da intendersi, infatti, come una legge imposta dall’alto, da parte di Chi abbia l’autorità di farlo, bensì una proposta da rifiutare ovvero liberamente accettare dal cuore dell’uomo, con gioia, in quanto intrinsecamente costituente vera “Verità e Vita”, al di fuori, quindi, di qualsiasi indagine per verificarne la validità, cercando “segni” che dimostrino l’esistenza di un potere validamente conferito a chi tale “nuova dottrina” la propone.
In tale contesto la tesi, seguita dalla quasi totalità dei commentatori del brano evangelico in questione, secondo la quale il “segno di Giona” rievocato da Gesù – comunque relativo ad un evento (Giona, rimasto vivo per tre giorni nella pancia del pesce), sia pure previsto a solo titolo di fantasioso racconto non riferibile ad una ipotesi di resurrezione, dato che Giona, sempre in tale racconto, non risulta mai morto – si riferisse alla Sua futura Resurrezione, appare alquanto problematica. Tale ipotesi, infatti, comporterebbe una inevitabile confusione, dato che potrebbe apparire come un accoglimento della richiesta degli scribi e farisei, preannunciando loro l’avveramento, in un futuro momento, di un “segno”, peraltro non corrispondente a quanto richiesto, dato che alla Resurrezione di Gesù nessuno avrebbe mai assistito, restando, detto straordinario evento, a tutti invisibile. Inoltre, la Sua immagine, impressa sulla Sacra Sindone, che avrebbe potuto rappresentare un “segno” della Resurrezione di Gesù, successivamente, non è stata ritenuta, da parte del mondo scientifico, effetto diretto della suddetta Resurrezione e, pertanto, non può più essere considerata un valido “segno-prova” di tale evento.
Permangono, pertanto, tutti i fondati dubbi fatti presenti nei miei precedenti scritti sull’obbiettiva esistenza stessa di qualsiasi valido segno, nel senso richiesto da scribi e farisei, al quale Gesù, nella Sua risposta e per Sua esclusiva scelta, avesse voluto fare riferimento: obbiettivamente, infatti, per quanto fatto appena presente, è incontestabile l’impossibilità di identificare “segni”, nel senso di fatti concreti, a tutti visibili, dai quali avesse potuto emergere la “prova” della provenienza sovrannaturale della “nuova dottrina” proclamata da Gesù, sicché la Sua promessa, non meglio precisata, di “dare un segno”, come “quello di Giona”, appare, comunque, in evidente contrasto con la Sua effettiva volontà.
Il rifiuto di individuare concreti “segni” ai quali Gesù avrebbe potuto riferirsi nella Sua promessa, in quanto obbiettivamente dallo Lui stesso esclusi per la suddetta motivazione del rispetto dell’altrui libertà di scelta, comporta la conferma che tale riferimento fosse stato fatto a solo titolo provocatorio e, quindi, non reale, come ipotizzato nei precedenti miei scritti. Di ciò ne è indiretta conferma l’implicito plauso riservato da Gesù agli abitanti di Ninive per aver, quest’ultimi, accolto la predicazione di Giona senza chiedergli alcun segno. Ecco, allora, che proprio dal comportamento degli abitanti di Ninive, viene chiarito definitivamente il vero significato del riferimento al “segno di Giona” da parte di Gesù, nella Sua risposta agli scribi ed ai farisei: il vero significato di tale “segno” si identificherebbe, infatti, non già nella indicazione di un fatto che costituisse prova della provenienza sovrannaturale della predicazione di Gesù (come l’ipotesi della Sua Resurrezione, straordinario evento che, comunque, come sopra messo in evidenza, non corrisponde alla domanda degli scribi e farisei), ma nell’aver, gli abitanti di Ninive, pur essendo assiri, un popolo feroce e pagano, accolto, unanimemente e totalmente convertendosi tutti, la predicazione di Giona, senza avergli chiesto alcun “segno” che avallasse il suo contenuto, a differenza di “questa generazione malvagia” di scribi e farisei che insistevano, invece, nella richiesta di “segni”. In altri termini, il “segno di Giona” si identificherebbe, con una apparente inaccettabile contraddizione, proprio con l’assenza di richiesta di “segni” che avvalorassero la sua predicazione, da parte dei suoi destinatari.
Concludendo, il messaggio racchiuso nel brano evangelico in questione , in estrema sintesi, considerando, inoltre, sulla base delle argomentazioni come sopra ricordate, il richiamo di Gesù al “segno di Giona” effettuato a solo titolo provocatorio, si ridurrebbe in tre parole: Dio è Amore. Legge dell’Amore, quindi, che, al di fuori di ogni inutile ed affannosa ricerca di un “segno” concreto che possa accertarne la sovrannaturale provenienza, non consegue la sua validità per l’autorità di Chi la imponga dall’alto, dato che, invece, Costui solo la propone, identificandosi, Lui stesso in quell’Amore infinito, fino ad offrire la propria vita per la salvezza dell’umanità tutta. A ben vedere, tale conclusione è perfettamente conforme a quella alla quale perviene Papa Francesco, anche se con un diverso percorso, ispirato da una mattutina profonda meditazione teologica-spirituale.