Sulla base di quanto sostenuto nei miei precedenti articoli, il riferimento di Gesù al “segno di Giona”, nella risposta da Lui data agli scribi e farisei che gli chiedevano di dare un concreto segno visibile di quello che affermava riguardo alla Sua provenienza divina, aveva per oggetto, come esplicitamente da Gesù stesso indicato, il fatto che Giona “rimase per tre giorni e tre notti nel ventre del pesce”, dopo essere stato da lui inghiottito,  per, poi, essere vomitato vivo sulla spiaggia.

         Tali eventi, obbiettivamente, non risultano avallati da alcun segno, dato che, a parte la circostanza che la stessa esistenza storica di Giona appaia addirittura in dubbio, né Giona risulta che ne abbia mai dato conferma, né che gli abitanti di Ninive né avessero mai chiesto a Giona di fornire le prove degli eventi in questione, credendo solo alla “sua predicazione”; sicché un “segno” della resurrezione di Giona, in assenza di concreti obbiettivi elementi che  confermassero la veridicità di tale evento, è da considerarsi assolutamente inesistente. 

         Analoga situazione è riferibile anche a Gesù che sarebbe stato “per tre giorni e per tre notti nel cuore della terra”, prima di risorgere, con l’unica differenza che, per Gesù, la Sua Morte in croce sarebbe stato un evento visibile a tutti quelli che fossero stati presenti a tale supplizio, mentre, nessuno avrebbe assistito alla Sua Resurrezione che era stata sottratta, per Sua  volontà,  alla vista di chiunque, tranne a chi avesse voluto lo stesso Gesù apparire.

         Orbene, mentre “quelli di Ninive” avevano accolto la predicazione di Giona, senza mai chiedere alcun segno che avallasse la provenienza divina di quanto andava predicando,  gli “scribi e farisei” pretendevano che Gesù fornisse la prova della Sua provenienza divina, con un segno a tutti visibile ; tale insistente richiesta aveva provocato il giusto e molto duro risentimento di Gesù, unitamente, però, alla Sua promessa che avrebbe lasciato, comunque, un segno, identificandolo con il “segno di Giona”, riferendosi alla Sua ventura Resurrezione.

         L’identificazione di tale segno con la Sacra Sindone è facilmente intuibile per la seguente considerazione.

         Deve, innanzitutto, convenirsi che quanto promesso da Gesù sia stato realmente mantenuto: basterebbe, al riguardo, tener presente che, inequivocabilmente e da tutti riconosciuto, l’unico elemento concreto che Gesù abbia lasciato è identificabile, appunto, nell’immagine impressa sul sacro telo, per addivenire alla suddetta conclusione.

         E’, inoltre, da tener presente che, per oltre un secolo, scienziati e sindonologi si sono affannati nella ricerca di trovare un nesso di causalità tra l’immagine sindonica e la Resurrezione di Gesù senza riuscire a trovarlo per, alla fine, prendere atto dell’impossibilità di pervenire ad un tale risultato, dichiarando esplicitamente che l’immagine impressa sulla Sacra  Sindone,  oltre a non essere opera di un falsario medioevale, non è stata causata da eventi naturali secondo le leggi della fisica e non può, pertanto, costituire prova, su di un piano scientifico, della suddetta Resurrezione, tali e tante sono le incongruenze ed incompatibilità che rendono incomprensibili  innumerevoli sue particolarità, fino a dichiarare il sacro telo oggetto “impossibile”, sotto l’aspetto scientifico. Pertanto, la Sindone, come segno che avrebbe potuto  costituire la suddetta prova,  è da considerarsi inesistente sotto quest’ultimo aspetto, come similmente realmente avvenuto nel caso degli avvenimenti riguardanti il profeta Giona, per la riscontrata obbiettiva assenza, in tale caso, di alcun segno che  avvalorasse detti  eventi allo stesso attribuiti.

           E’ comprensibile, allora, il riferimento di Gesù al “segno di Giona”, in risposta alla richiesta di prove, come sopra formulate da scribi e farisei: altro non avrebbe voluto dire Gesù, preannunciando un segno, di fatto, inesistente, che affermare che non avrebbe fornito alcuna prova della Sua provenienza divina, e della Sua Resurrezione, in quanto ciò sarebbe risultato, come sopra fatto presente, in contrasto con la Sua volontà, per rispetto della libertà di scelta dell’uomo.

           E’ evidente, quindi, il senso della risposta di Gesù, con la promessa di lasciare un segno simile al “segno di Giona”: con l’impressione dell’immagine sindonica la promessa, infatti, sarà mantenuta, con l’implicita precisazione, determinata, appunto, con il riferimento a Giona,  che detta immagine, per quanto sopra detto,  non avrebbe mai potuto costituire prova di ciò che ivi sarebbe stato raffigurato, e pertanto, a tal fine, sarebbe stata considerata inesistente, come effettivamente realmente avvenuto per quanto attiene gli avvenimenti riguardanti il profeta Giona.

           Dall’insistenza degli “scribi e farisei” di “vedere un segno”, deriva, comunque, la condanna di Gesù nei confronti di “questa generazione” che si ostinava a chiedere segni concreti a sostegno della Sua predicazione. Il riferimento, poi, a “questa generazione” è, inoltre, da ritenersi valido non solo sul piano temporale a Lui vicino, bensì, con riferimento alla “perversione” dell’atteggiamento, in esso emergente, di chi, in qualsiasi futuro momento,  non fosse disposto ad accogliere il Suo insegnamento, senza ulteriori supporti.

          Come già osservato nel precedente articolo, deve, pertanto, intendersi destinatario del duro richiamo di Gesù anche chi, al giorno d’oggi, continua nell’affannosa ricerca di dimostrare, ad ogni costo, l’indimostrabile, cioè che la Sacra Sindone costituisca la prova della Resurrezione di Gesù, nell’eretica convinzione, adeguandosi alla mentalità dei suddetti “scribi e farisei”, che: “la proclamazione dei testi sacri non è più sufficiente”, dato che “il mondo contemporaneo non è più disposto ad accettare affermazioni prive di adeguato   supporto”.

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          Per una migliore chiarezza di quanto come sopra sostenuto, è opportuna la seguente precisazione.

          Per quanto riguarda l’accostamento di quanto accaduto al profeta Giona a quello accaduto a Gesù, con riferimento al brano evangelico su richiamato, va fatto presente che, per entrambi i casi, si fa riferimento alla loro sepoltura avvenuta “per tre giorni e tre notti” (nella “terra” o nel “ventre del pesce”) ed alla loro successiva resurrezione. Di quest’ultimo evento, in entrambi i casi, non sussiste alcun obbiettivo e visibile fatto che ne possa costituire  valida prova; ma, mentre per la resurrezione di Giona non esiste alcun  concreto “segno” che, comunque, rimandi a tale evento, per Gesù, invece, esiste un “segno” da Lui lasciato (la Sacra Sindone) che tale evento richiama, ma, per quanto abbondantemente dimostrato in precedenza, ciò non comporta alcuna possibilità di essere ritenuto come sua prova, sicché tale “segno”, sotto quest’ultimo aspetto che qui interessa, è da considerarsi “inesistente”, similmente a quanto riferito a Giona.

Da tutto ciò emergerebbe, infine, il senso davvero provocatorio della risposta di Gesù agli scribi e farisei che gli chiedevano un segno che costituisse prova della Sua origine, con la Sua promessa di lasciare un solo segno (la Sacra Sindone) sul quale scienziati e sindonologi si sono affannati per oltre un secolo nell’inutile tentativo di trovare un nesso causale (assolutamente inesistente) tra l’immagine ivi impressa e la Resurrezione di Gesù.