Con riferimento alla gravissima situazione mondiale caratterizzata da un alto livello di conflittualità che determina drammatiche conseguenze umanitarie, causando fame, violazione dei diritti umani, perdite di vite umane, coinvolgendo, in disumane sofferenze, soprattutto i più deboli ed indifesi che spinge, ora più che mai, a porsi la quasi inevitabile domanda sul perché di tanta sofferenza e soprattutto sul perché dell’assenza di Dio che permette tale scempio senza intervenire, mi permetto di segnalare un mio articolo dal titolo “Il bene ed il male: la sofferenza e l’incontro con il Signore”, pubblicato al n. 14 del mio sito internet www.fedepell.it “Riflessioni su fede e morale cattoliche”.
In tale articolo, mettevo in evidenza i due aspetti del male: il male della colpa ( il peccato) ed il male della pena (la sofferenza), ed il misterioso loro rapporto di correlazione ed interdipendenza, dato che quasi mai il male della pena ricade sull’autore del male della colpa; ciò comporta che ognuno sia, più o meno, disposto ad accettare la sofferenza (compresa, innanzi tutto, la morte) che colpisce il soggetto in maniera del tutto naturale e quella, anche se non ricadente in modalità oggettivamente naturali, che riguardi una persona ritenuta “meritevole” di un certo tipo di punizione, mentre ciò che resta oltremodo difficile da accettare è ogni tipo di sofferenza che ricada sul soggetto inerme, debole, soprattutto se in tenera età, in maniera oggettivamente al di fuori di qualsiasi plausibile giustificazione: in parole povere, la sofferenza del “giusto”. Le domande, allora, che si pongono circa il senso della sofferenza sono sempre le stesse: come può il Dio in cui crediamo – unico vero ed assoluto Bene – consentire che avvengano tutti gli orrori (siano essi causati da eventi naturali o attribuibili alla malvagità umana) ai quali siamo costretti ad assistere da passivi spettatori ?; perché Dio resta insensibile senza intervenire?
Invero il problema della sofferenza è stato sempre considerato un fatto misterioso, soprattutto quando a soffrire sono i “giusti”, tanto che lo stesso libro di Giobbe appare che non dia una giustificazione accettabile. Dio, in un colloquio con Satana – che mi sembra unico nel suo genere – accetta che quest’ultimo tenti il “giusto” Giobbe con ogni specie di sventure sempre più dure ed inspiegabili: alla fine Giobbe accusa un cedimento nella sua proverbiale pazienza e chiede a Dio spiegazioni di tutto quello che gli capita. Queste le risposte di Dio: “Eri tu con me quando ho creato il mondo?….quando ho diviso le acque dalla terra ferma?….quando ho creato gli animali?…….”. Giobbe capisce ed accetta tale risposta che, apparentemente, tale non è: i suoi mali non vengono da Dio, ma non gli è consentito di indagare oltre; l’argomento, infatti, resta coperto dal mistero, secondo gli imperscrutabili disegni divini. Ma se da Dio, sommo Bene, non proviene la sofferenza, né la impedisce, che senso ha affermare che : “se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare anche il male?”.
Forse potrebbe essere utile per la risposta a queste domande, il ricordo di un antichissimo racconto ebraico, ambientato alla corte del Re Salomone, riportato nel mio articolo su riferito e che qui trascrivo, nel quale, forse per la prima volta, si fa un implicito cenno al valore salvifico della sofferenza, da parte del “giusto”, a favore di altri che tale sofferenza non hanno subito.
Una povera vedova ha nella dispensa della sua modesta abitazione solo tre pani. Alla sua porta bussano tre mendicanti ai quali, l’uno dopo l’altro, consegna tutto il pane che ha, confidando nell’aiuto del Signore.
Si reca così a mendicare alla bottega di un ricco fornaio, il quale, rifiutando ogni aiuto, concede alla vedova di raccogliere i cicchi di grano dispersi per terra: la vedova accetta e ringrazia e, dopo un lungo e faticoso lavoro di ricerca, riesce a mettere insieme una discreta quantità di grano, tanto da riempire un sacchetto. Piena di gioia, ringraziando e lodando il Signore, la vedova intraprende la strada del ritorno a casa con il suo prezioso bottino. Senonché per strada viene colta da una grande bufera di vento: un soffio particolarmente impetuoso la sbatte per terra; nel rialzarsi si accorge di aver perso il suo sacchetto, portato via dal vento.
Comincia allora ad imprecare contro il vento che con quell’azione aveva dimostrato di non obbedire al Signore e contro lo stesso Signore che aveva consentito quanto accaduto. Sconsolata, si reca da Salomone per chiedere aiuto, dopo aver raccontato la sua sventura. Salomone la fa aspettare in una sala, dato che, in quella attigua deve ricevere alcuni mercanti che gli hanno chiesto udienza: costoro consegnano a Salomone la metà del ricavato della vendita della loro merce, trasportata in quella città con la loro nave, facendo presente di corrispondere, in tal modo, ad un loro voto al Signore per uno straordinario miracolo a loro stessi capitato. Infatti, mentre navigavano, erano stati colpiti da una violenta bufera che aveva prodotto una falla nella fiancata della loro nave che stava, perciò, affondando: in quella disperata situazione rivolgono un’accorata preghiera al Signore e sono, così, misteriosamente salvati. Successivamente, entrati in porto, avevano avuto modo di rendersi conto delle modalità dell’intervento divino, una volta portata la nave in secco ed aver notato che la falla risultava sorprendentemente tappata da un sacchetto di grano che, a riprova dell’accaduto, consegnavano a Salomone. Salomone, dopo aver mostrato il sacchetto alla vedova ed aver avuto conferma che era proprio quello da lei perduto, le offre la metà delle monete consegnate dai mercanti; la vedova rifiuta l’offerta, riprendendosi il sacchetto e ringraziando il Signore per averle fatto capire che anche il vento, nonostante le contrarie apparenze, aveva obbedito ai disegni divini.
Ma come può la sofferenza propria costituire sorgente di bene, oltre che per sé stessi, anche per gli altri? La sofferenza è un mistero, come del resto mistero è la stessa vita dell’uomo: è un libro sigillato che non è dato ad alcuno di aprire e leggere, se non all’Agnello immolato.
Che senso ha, allora, indagare alla ricerca di una giustificazione del perché Dio consente tanta sofferenza, anche dei “giusti”, apparentemente abbandonandoli al loro destino, se lo stesso Suo Figlio, agonizzante sulla Croce, ha posto al Padre quell’identica angosciosa domanda?
E’ solo, infatti, meditando sulla sofferenza di Cristo crocifisso, così drammaticamente raffigurata sulla Sacra Sindone di Torino e da Lui offerta per la nostra salvezza in forma “vicaria”, così come magistralmente qualificata da Papa Benedetto XVI, che l’uomo può, se non comprendere, almeno accettare il valore salvifico della sofferenza, se vissuta per amore e con amore nella partecipazione, accettando a seguire il Suo esempio, per dono di Dio e libera scelta personale, nel cooperare alla Sua opera redentrice.
Quel giorno su quel monte le croci erano tre: tre uomini morivano apparentemente con la stessa morte e subendo le stesse pene; ma quale differenza tra loro!
La prima era la sofferenza di chi la rifiutava e continuava ad imprecare contro il Signore ed a nulla serviva; la seconda era la sofferenza accettata e giustificata per i propri peccati e, perciò, risultava a vantaggio della propria salvezza; la terza, infine, era quella del vero Giusto che volontariamente si offriva per la redenzione degli altri. A quest’ultima, comunque, non può attribuirsi un valore meramente soddisfattorio, tale da giustificarla su di un piano apparentemente giuridico, sulla base di criteri di giustizia umana che, d’altra parte, farebbe apparire la figura del Padre come un Dio, quasi vendicatore, che resta in attesa dell’espiazione della pena, per rimediare, così, all’offesa ricevuta; il suo valore salvifico va ricercato nell’adesione libera e volontaria alla stessa, alla quale deve ritenersi misteriosamente associata la compassione del Padre, per la passione del suo unico Figlio.
Considerando che Dio salva gli uomini non per esclusiva Sua benevolenza, ma, anche, attraverso la loro cooperazione personale e vicendevole (“amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”), ecco che il Signore ci chiama, quindi, ad essere suoi collaboratori al fine di completare “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del Suo corpo che è la Chiesa” (Col. 11, 24).
Ma che cosa manca alla passione di Cristo ? Da un punto di vista oggettivo non manca senz’altro niente. La passione di Cristo è stata più che sufficiente per la redenzione dell’uomo.
Quando San Paolo fa questa affermazione non vuole dire che la passione di Cristo sia stata imperfetta o incompleta o che ad essa si debba aggiungere qualcosa. Egli considera la Chiesa come un solo corpo (un corpo mistico) con il Signore. Di questo corpo Gesù è il capo e noi le sue membra.
Che cosa manca dunque? Manca questo: che la passione, che si è compiuta nel corpo fisico di Gesù, si propaghi anche nelle sue membra. E questa partecipazione alla passione di Cristo è meritoria non solo per il soggetto che soffre o fa penitenza, ma anche per le altre membra del corpo mistico.
Su questo mistero, Pio XII così si esprimeva nella Mystici Corporis: “Mistero certamente tremendo né mai sufficientemente meditato, come cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni a questo scopo intraprese dalle membra del mistico corpo di Gesù Cristo” (MC, 42).
E’ evidente che l’invito di Gesù a seguire il Suo esempio e cooperare con Lui nell’offrire le proprie sofferenze anche a vantaggio degli altri costituisce un messaggio che può apparire assai duro, come Lui stesso ha potuto sperimentare, all’apice delle Sue sofferenze sulla Croce, gridando al Padre : “perché mi hai abbandonato ?”. D’altra parte, di recente Papa Leone XIV, difronte ad un milione di giovani a Tor Vergata di Roma, li ha esortati ad aspirare a “cose grandi”, indicando la santità come il fine massimo da aspirare e raggiungere, sicché, a ben vedere, il messaggio che scaturisce dalla contemplazione dell’immagine impressa sulla Sacra Sindone dell’Uomo dei dolori che sta rialzandosi a vita nuova – nella speranza che possa accrescersi la fede in Gesù Risorto con il riconoscimento del Suo intervento soprannaturale su quanto ivi raffigurato – è splendente come il sole, ammantato di grazia, disponibilità d’animo a non opporsi e di mitezza e bellezza infinite e che invita a cantare con gioia, in una promessa radicata nel più profondo del cuore: “ovunque Tu andrai, Gesù, Ti seguirò”.