All’inizio di questo mio blog (con l’articolo n. 2: “L’inizio dell’universo e la Sacra Sindone”) avevo osservato che  l’uomo , per sua natura, ha sempre desiderato conoscere, sapere tutto, rendersi conto della realtà che lo circonda, in altre parole è sempre stato alla ricerca della verità: con il progresso scientifico ed il conseguente accrescimento delle proprie conoscenze in tutti i campi, l’uomo ha sempre più ridotto i margini di ciò che gli era ignoto, pervenendo, a poco a poco, alla convinzione che, prima o dopo, riuscirà a scoprire tutto ciò che ancora non è oggetto di conoscenza.

         In questo delirio di onnipotenza l’uomo continua, però, a non accettare che taluni grandi enigmi resteranno sempre non risolti e che  il massimo grado della loro conoscenza  consiste nel rendersi conto di tale obbiettiva impossibilità: tra questi, a titolo esemplificativo, indicavo l’enigma relativo all’origine dell’universo, e quello relativo alla formazione dell’immagine impressa sulla Sacra Sindone di Torino, ravvisandone diversi elementi di possibile confronto.

          Per quanto concerne l’immagine sindonica, alla luce di quanto fin ora qui esposto a sostegno dell’impossibilità di ritenere che detta impressione sia da ascriversi, dopo aver scartato l’ipotesi di un falso medioevale, ad un evento naturale, secondo le normali leggi della fisica, ed al di fuori di ogni intervento sovrannaturale, ritengo opportuno ritornare sull’argomento, approfondendo, per quanto mi possa essere consentito, non essendo né un teologo, né un filosofo, la correlazione intercorrente tra atto creativo di Dio ed un Suo intervento sovrannaturale nel compimento di un miracolo.

           Il concetto di “creazione istantanea” di Dio si riferisce alla dottrina teologica secondo cui l’universo è stato originato da un atto immediato e sovrannaturale del Creatore, distinguendosi dai processi evolutivi lenti e graduali. 

 La creazione avviene tramite la parola di Dio (“Dio disse”), che ha un’efficacia immediata nel dare vita a una realtà distinta da Sé. 

          Dio, esistendo fuori dal tempo, dà origine simultaneamente allo spazio, alla materia e al tempo stesso, in un unico atto creativo. Questo istante è spesso associato simbolicamente al “fiat lux” della Genesi: una volta “creato”, l’universo non è statico ma dinamico.  Dio avrebbe, infatti, infuso nell’ordine creato la capacità di evolversi nel tempo, secondo leggi naturali; la visione teologica moderna (come l’evoluzionismo teista) vede tali leggi naturali (gravità, evoluzione biologica) come gli strumenti scelti dal Creatore per permettere all’universo di “farsi da sé” ; in questa prospettiva, l’atto creativo è sempre istantaneo, nel senso che Dio non ha creato “una volta”, ma crea l’intero arco del tempo in un unico atto che noi, limitati dal tempo, percepiamo come una successione di eventi. 

            L’idea che l’atto creativo di Dio sia necessariamente “fuori” dalle leggi fisiche dipende  dalla prospettiva  teologica, dato che, intendendosi di natura trascendente la creazione dal nulla, unitamente alle leggi che lo governano, questa è per definizione un atto metafisico; le leggi fisiche (come la gravità o la termodinamica) esistono dentro l’universo; pertanto, l’atto che dà origine all’universo stesso non può essere sottomesso a regole che non esistono ancora.

            La “creazione istantanea”, quindi,  è  il concetto teologico  secondo cui Dio ha tratto l’universo dal nulla (creatio ex nihilo) in un unico momento indivisibile, senza passaggi intermedi o processi temporali; in questa prospettiva, l’atto creativo non è un “fare” che richiede tempo (come un artigiano che costruisce un oggetto), ma un volere che coincide immediatamente con l’esistere della cosa voluta. 

           Nella creazione istantanea, non c’è un “prima” e un “dopo” all’interno dell’atto stesso. Per teologi come Tommaso d’Aquino, poiché Dio è fuori dal tempo, il suo atto creativo non occupa una durata: nel momento in cui Dio parla (il fiat), la realtà è. Se ci appare come un processo (ad esempio i sei giorni della Genesi), è per la nostra limitata capacità di comprendere l’ordine delle cose, non perché Dio abbia avuto bisogno di tempo: è, quindi, un concetto difficile da apprendere, dato che, mentre Dio  è fuori dal tempo (che Lui stesso ha creato), l’uomo che, invece, è nel tempo non può riuscire a raffigurarsi in un modo d’essere diverso da quello che, per lui, è naturale.

            La creazione istantanea, quindi, è l’affermazione della potenza assoluta di Dio: un atto che non dipende da leggi fisiche, materiali preesistenti o intervalli di tempo. Inoltre, secondo la visione teologica classica (in particolare quella tomista), Dio può compiere atti di creazione “ex nihilo” (dal nulla) in qualsiasi momento,distinguendo  tra la “creazione originaria” (l’inizio dell’universo) e la conservatio, ovvero l’atto con cui Dio mantiene in esistenza le cose ogni istante; senza questo atto “istantaneo” e continuo, tutto tornerebbe nel nulla.

             Un singolo atto creativo  può riguardare, ad esempio, la creazione  dell’anima umana, nella quale l’uomo è considerato co-creatore perché non genera la vita in modo puramente biologico o accidentale, ma partecipa a un atto che trascende la natura;  Dio è visto come la sorgente della vita, ma sceglie di non agire da solo. Affida all’uomo e alla donna il potere di chiamare all’esistenza un nuovo essere, rendendoli “ministri” del suo disegno creativo.

             La Genesi non vuole spiegare la fisica o la geologia, ma rivelare che l’universo è ordinato, buono e ha l’uomo come custode morale. Nell’evoluzionismo teista, l’uomo ha un ruolo attivo nel completamento del creato:  vi attribuisce valore, bellezza e moralità.  Se l’evoluzione è un processo in divenire, l’uomo ha il compito di orientare lo sviluppo (tecnologico e biologico) verso il bene, agendo come “amministratore” e non come padrone assoluto.

              Così come sopra succintamente definita la “creazione istantanea”, cosa la distingue dal miracolo?

             Nel termine “creazione istantanea” dal nulla , come evento straordinario al di sopra delle leggi naturali, operato direttamente da Dio,  segno della potenza infinita di Dio, Dio non utilizza elementi preesistenti, dato che l’effetto della creazione è una “nuova porzione di essere” che prima non c’era affatto, mentre nel miracolo  Dio agisce sulla materia che già esiste, modificando processi naturali che  avvengono in modo istantaneo e soprannaturale.

           Il concetto di miracolo e l’atto creatore risultano, così, intimamente legati, poiché entrambi manifestano l’onnipotenza di Dio sulla natura; mentre la creazione, però, è l’origine stessa dell’essere, il miracolo è un intervento che supera le leggi stabilite in quella creazione per rivelare una nuova e diversa verità.

           In tale contesto, la Sacra Sindone, superata, ormai, qualsiasi possibilità di ritenerla un falso medioevale ed in assenza (rectius: impossibilità) di un qualsiasi risultato utile a fronte di una infruttuosa ricerca di oltre un secolo al fine di verificare la validità di tutte le ipotesi di ritenere l’immagine sindonica come un risultato di un procedimento naturale, secondo le regole della fisica, risulta, necessariamente, da ritenersi “segno” di origine sovrannaturale, “specchio del Vangelo” che rimanda alla potenza creatrice di Dio. Tutto ciò è avvalorato, da tutte le molteplici argomentazioni svolte, sin qui, a sostegno di tale tesi, con particolare riguardo alle  seguenti considerazioni.

         La prima, relativa all’accertata ed ormai universalmente condivisa constatazione che quasi tutte le particolarità della Sindone, molte volte tra loro incompatibili, risultano in evidente ed insanabile contrasto con le note leggi della fisica, della chimica e  della medicina, tali da qualificare il sacro telo come un oggetto, sul piano scientifico, davvero “impossibile”, presupposto quasi “obbligato” per qualificare un evento come atto creativo di origine sovrannaturale.

           Inoltre – avuto presente il noto principio, secondo il quale se un evento risulta necessario effetto di un altro evento, il primo debba considerarsi prova dell’esistenza dell’altro – l’esclusione che l’immagine sindonica possa essere il risultato di un procedimento naturale, comunque necessariamente connesso alla Resurrezione di Gesù e, quindi, costituire una prova certa di detta Resurrezione, deriva dalla incontestabile circostanza che detta “prova” risulterebbe in contrasto con la chiara contraria volontà dello stesso Gesù, che, rispettoso della libera scelta degli uomini, ha evitato di lasciare una “prova” incontrovertibile della Sua Resurrezione, non apparendo mai, nel Suo nuovo stato di Risorto a quanti non l’avessero già accolto. Ciò comporta l’inevitabile conseguenza di ritenere pura follia, almeno per il credente, cercare di provare, comunque, il suddetto rapporto di causa ad effetto tra Resurrezione di Gesù ed impressione dell’immagine sindonica,  miracolosa e stupefacente raffigurazione della passione, Crocifissione, Morte e Resurrezione di Gesù

            A tali argomentazioni va aggiunto che tale “segno” sovrannaturale appare anche esplicitamente preannunciato dal suo stesso Autore.

           Gesù, infatti, (in Matteo 12: 39), alla domanda di scribi e farisei di far “vedere un segno”, con implicito riferimento a qualcosa di concreto a tutti visibile, rispose che l’unico “segno” che  sarebbe stato  dato sarebbe stato il “segno di Giona il profeta”.

           L’identificazione di tale “segno”, come sopra preannunciato da Gesù, viene, quasi universalmente, riferita alla Sua Morte e Resurrezione: mi permetto, al riguardo, di formulare le seguenti osservazioni.

           Nel Vangelo di Matteo, quando l’Evangelista ha voluto fare riferimento ad un evento straordinario di Gesù, ha sempre usato il termine greco “dynameis” (atto di potenza, di miracolo di Gesù), mentre il termine usato nel brano evangelico su riferito è quello di “semeia” che, nel vero significato, attribuito da qualificati grecisti, non si identifica con  il fatto reale in sé stesso, bensì con qualcosa che a quel fatto si riferisce e rimanda (come, per esempio, la differenza che intercorre tra il contenuto del termine: “potenza” e quello del: “segno di potenza”, ove il secondo indica, infatti, non la “potenza” in sé, ma qualcosa che rimanda  alla potenza). Sulla base di quest’ultima considerazione  Gesù non avrebbe fatto riferimento diretto al “segno della Sua  Resurrezione” (comunque, sottratta alla visione di tutti e, quindi, diversa da quanto esplicitamente richiestogli), ma a qualcosa che a quell’evento rimandava: il “segno”, infatti, è qualcosa che indica la realtà, ma non è mai da confondere con la realtà. Dio i segni li dà abbondantemente; tutto quello che c’è è segno: la terra è segno suo, tutto quello che c’è di bello e di buono al mondo è segno Suo. Pertanto non appare affatto azzardato sostenere che Gesù, promettendo un “segno”, abbia fatto riferimento alla Sacra Sindone,  “segno” di ciò che ivi è rappresentato.

          E’, inoltre, da tener ben presente, come rilevato dal biblista statunitense Craig Keneer, che i Niniviti non hanno assistito di persona né a Giona, ingoiato dal pesce, né alla sua risurrezione, né ci sono prove che egli l’abbia nemmeno raccontata loro.  I Niniviti, quindi, si sono pentiti senza aver assistito al “segno divino” di tali eventi che non hanno mai riconosciuto; essi, infatti, come Matteo esplicitamente chiarisce, “si convertirono alla predicazione di Giona” (Mt.12: 41) e non per il fatto di Giona ingoiato dal pesce e vomitato, da quest’ultimo, sulla spiaggia, dopo tre giorni. Il parallelismo tra la Sacra Sindone ed il segno degli eventi relativi a Giona è, allora, evidente: anche per la Sacra Sindone, pur avendo chiunque, fosse stato presente, assistito alla Morte di Gesù, nessuno  l’ha mai visto risorgere.  

           Per una migliore opportuna precisazione, il parallelismo, come sopra ipotizzato, tra il “segno di Giona” e la Sacra Sindone potrebbe emergere, ulteriormente, dalla seguente osservazione.

            Nell’episodio di Giona, il fatto di essere stato inghiottito dal pesce e rimasto per tre giorni nel suo ventre, prima di riemergere vomitato sulla spiaggia (episodio, forse, solo fantasiosamente avvenuto) non sortì alcun effetto sulla conversione di “quelli di Ninive”, dato che “si convertirono alla predicazione di Giona”; nell’episodio, invece, narrato nel Vangelo di Matteo, Gesù, alla richiesta di “alcuni scribi e farisei”, rispose: “una generazione perversa e adultera pretende un segno”, aggiungendo che “quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona”. E’ evidente, allora, che il forte richiamo di Gesù a “questa generazione perversa” è motivato dal fatto che, mentre quelli di Ninive non avevano attribuito alcun valore determinante per la loro conversione ad un evento straordinario  (non richiesto) e da loro non riconosciuto, bensì solo “alla predicazione di Giona”, “questa generazione” pretendeva, invece, qualche visibile “segno” straordinario per credere in Lui, che, comunque, aveva mantenuto la Sua promessa, dando il segno promesso, con la Sindone, anche se priva, per quanto sopra fatto presente, di ogni possibilità di  fornire alcuna prova.  In altri termini, la dura risposta di Gesù, con tono altamente provocatorio e quasi indignato, è inequivocabilmente motivato dal Suo richiamo  che, per essere autentici suoi seguaci, quella “generazione perversa” non avrebbe dovuto chiedere eclatanti e straordinari eventi che provassero la Sua divina provenienza (“beati quelli che crederanno senza aver visto”), ma invece avrebbe dovuto ritenere molto più efficace ed esaustiva la Sua Parola, nell’annuncio del Suo comandamento  nuovo dell’Amore (“amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”), comportandosi, quindi, diversamente da “quelli di Ninive”, che si erano convertiti alla sola “predicazione di Giona il profeta”, meritando, così, la  condanna di questi ultimi.

Pertanto, va ribadito che Gesù, con la Sua promessa (mantenuta) di lasciare un “segno”, non avrebbe mai potuto riferirsi alla Sua Resurrezione, rimasta a chiunque invisibile, ma a qualcosa a tutti visibile, come l’immagine impressa sulla Sindone, che a quell’Evento rimandava.

           Nel contesto come sopra descritto e difficilmente contestabile risulta, invero, davvero incomprensibile come possano trovare seguito alcune davvero inaccettabili affermazione come la seguente, dato che, se è vero che l’uomo è la vetta dell’evoluzione che ha il compito di guidare il mondo, è pur vero che debba riconoscere i propri limiti nel campo della conoscenza.

           Molte volte, infatti, l’uomo si illude di poter sostituire anche il Creatore nell’errata convinzione di poter tutto comprendere e  si intestardisce nel cercare una soluzione anche a problematiche sottratte alla sua conoscenza, secondo un imperscrutabile divino disegno, nell’errata convinzione, come avvenuto per l’enigma della formazione dell’immagine sindonica, laddove qualcuno si è addirittura avventurato a sostenere che l’attuale livello ora raggiunto nelle conoscenze scientifiche, abbia messo in evidenza la difficoltà di accettare le verità dogmatiche della Fede Cattolica, come la stessa Resurrezione di Gesù, e, quindi, l’opportunità di avvalersi di risultati scientifici  per una loro migliore ed efficace divulgazione, rientrando, così, nell’ambito di quella “generazione perversa”, alla ricerca di un segno.

           Così, si è ritenuto che la Sacra Sindone potesse essere considerata come naturale effetto, su basi scientifiche, della Resurrezione di Gesù, e, quindi, valido mezzo da considerare  come prova di tale Evento, anche ricorrendo, con stupefacente leggerezza, a false conclusioni (come ampiamente dimostrato nei miei precedenti articoli) alle quali, invece,  il mondo scientifico non era mai pervenuto; il tutto con la davvero folle conseguenza di pervenire all’implicita sostituzione (anche se non esplicitamente espressa) del dogma della Resurrezione con la suddetta “prova” scientifica di tale Evento.

           Tutti i tentativi sin ora svolti da scienziati e sindonologi,  tesi a dimostrare l’autenticità della Sacra Sindone, identificandola nell’aver effettivamente avvolto il Corpo di Gesù e che l’immagine ivi impressa fosse stato effetto naturale, secondo le leggi della fisica, della Sua Resurrezione e, quindi, conseguentemente, comunque, detto effetto avrebbe costituito prova di tale evento, non hanno mai dato, come più volte fatto presente, risultati positivi.

           Dato che, come già più volte ribadito, risulta, almeno per i credenti, incontestabilmente chiara la superiore divina determinazione dello stesso Gesù, sempre rispettoso della libertà di scelta dell’uomo,  di non lasciare evidenti prove della Sua Resurrezione, i suddetti tentativi sono sicuramente destinati anche in futuro ad un inevitabile fallimento. In altri termini, tali tentativi, rivolti alla ricerca di prove scientifiche per dimostrare la connessione, di causa ad effetto, tra Resurrezione di Gesù e formazione dell’immagine sindonica che, conseguentemente, condurrebbe alla prova di detta Resurrezione, di fatto, si risolvono in una inammissibile tentativo di prevaricazione dell’esplicita contraria volontà espressa da Nostro Signore Gesù Cristo.

           Inevitabile conclusione: risulta davvero  incomprensibile, come già più volte fatto presente, la caparbietà di chi, a parte tutte le argomentazioni svolte a sostegno dell’insostenibilità di una connessione scientificamente avvalorata tra l’immagine sindonica e la Resurrezione di Gesù, persiste, ancora oggi, a divulgare  una  tesi che è in aperto ed insanabile contrasto con la suddetta imperscrutabile divina determinazione e, comunque, priva di alcun fondamento, esponendo, inoltre, il suo autore, come indicato, in casi analoghi, da Papa Giovanni Paolo II (Enc.” Fede e ragione”), a “finire di trovarsi nella condizione dello stolto”.


Volevo precisare, per maggiore chiarezza, che nell’ambito di quella “generazione perversa”, condannata da Gesù, devono ritenersi rientrare quanti, ancora oggi, sostengono la necessità di una ricerca di segni concreti della Resurrezione di Gesù, come chi sostiene che la Sacra Sindone possa essere considerata prova fotografica della Sua Resurrezione.